Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


venerdì 21 luglio 2017

Se le emissioni di CO2 non aumentano, vuol dire che siamo salvi?


E' curioso quanta gente rimanga confusa dal fatto che mentre le emissioni di CO2 sono leggermente diminuite, la quantità di CO2 nell'atmosfera continua ad aumentare. Ma questo è ovvio se pensate all'atmosfera come una vasca da bagno e al CO2 come l'acqua che la riempie. Anche se riducete il flusso che viene dal rubinetto, il livello dell'acqua continua ad aumentare, come è ovvio che faccia. Per salvarsi dal riscaldamento globale non basta ridurre le emissioni. Bisogna azzerarle e sperare di non aver già passato il punto di non ritorno. Nel post che segue, Stefano Ceccarelli spiega queste cose in dettaglio

Quando l'Aumento Aumenta

di Stefano Ceccarelli

da Stop fonti fossili!

Immaginate di trovarvi sul fondo di una piscina vuota molto profonda. A un certo punto qualcuno comincia a versare dentro acqua con un secchiello, prima poco alla volta, poi ad intervalli più ravvicinati. Per un po’ la piscina rimane pressoché vuota, perché una mattonella del rivestimento sul fondo è saltata, e l’acqua viene in gran parte trattenuta dal terreno sottostante. Ma il suolo è argilloso e non riesce ad assorbire l’umidità oltre un certo limite. Dunque il livello dell’acqua nella piscina poco alla volta aumenta, ma la cosa non vi dispiace affatto, perché così potete sollazzarvi giocando con l’acqua e schizzandovela addosso l’un l’altro. Anzi il divertimento aumenta ancora quando l’acqua dalle caviglie pian piano sale fino ad arrivare all’altezza del bacino. Siete così presi dallo svago che quando viene rimossa la scaletta nessuno ci fa caso.

A quel punto però qualcuno vi ricorda che non sapete nuotare, e osserva sommessamente che se il livello dovesse continuare a salire le cose non si metterebbero troppo bene. Ma voi non date peso alle cassandre di turno e continuate a spassarvela, anche perché l’acqua sale lentamente, e ci vuole tempo per riempire una piscina con un secchiello. Passano le ore, l’acqua vi arriva all’ombelico, ma voi vi siete ambientati e state da dio. Qualche apprensione comincia però a serpeggiare qua e là, e mentre la maggioranza continua a divertirsi alcuni di voi guardano sempre più insistentemente in alto cercando di scorgere se le dimensioni del secchiello sono rimaste le stesse. A forza di scrutare il secchiello dimenticano però che l’acqua sale ancora, ed ora vi arriva al collo… Ebbene, in una siffatta situazione, come vi sentireste se all’improvviso doveste accorgervi che il secchiello è stato sostituito da un secchio più grande?

Accantoniamo ora l’improbabile metafora e parliamo di CO2, l’anidride carbonica, il re dei gas serra. Come è noto, negli ultimi 150 anni lo sviluppo della popolazione mondiale in rapida crescita ha fatto aumentare esponenzialmente le emissioni di CO2. La frazione più importante della CO2 rilasciata in atmosfera è quella dovuta alla combustione di carbone, petrolio e gas per la produzione di energia, che si stima essere dell’ordine di 32 gigatonnellate l’anno. Una quantità stratosferica. Ma la buona novella, annunciata solennemente dall’IEA, è che per la prima volta queste emissioni negli ultimi due anni non sono aumentate, pur in presenza di una crescita economica globale. La grancassa mediatica non ha esitato a sottolineare questo risultato, che dimostrerebbe che è possibile disaccoppiare l’aumento del PIL con la crescita delle emissioni. Se ciò è vero, il mantra del mitico sviluppo sostenibile può continuare ad essere sbandierato ai quattro venti dai potentati politici ed economici, alla faccia dei profeti di sventura. Ma insomma, di cosa ci preoccupiamo? Abbiamo invertito la tendenza, dopo un secolo di aumento le emissioni si sono stabilizzate semplicemente assecondando i trend economici correnti, dunque questa è la dimostrazione che siamo sulla buona strada, e la diffusione graduale delle energie rinnovabili farà sì che le emissioni presto inizieranno a calare.

Peccato che questo ragionamento tralasci di ricordare che stabilizzare le emissioni non vuol dire affatto stabilizzare la quantità di CO2 presente in atmosfera, perché malauguratamente questo gas ha la brutta abitudine di accumularsi nell’involucro aeriforme che circonda il nostro pianeta, ed è proprio il valore delle emissioni cumulate di CO2 che determina l’aumento della temperatura media del pianeta. Perciò, anche se il secchiello che getta acqua è sempre lo stesso, il livello nella piscina sale senza sosta. Non è difficile da comprendere, vero?

Ma poi, siamo proprio sicuri che le emissioni si sono stabilizzate? Perché limitarsi ad elucubrare sulla base della stima tutt’altro che certa di quanto abbiamo sputato in atmosfera bruciando combustibili fossili, quando la scienza ci fornisce un modo molto più semplice e significativo per capire come siamo messi, ovvero, banalmente, la misurazione delle concentrazioni di CO2 atmosferica? Ora, i livelli di questo gas in atmosfera sono cresciuti fino agli attuali 405 ppm dai 280 ppm dell’era preindustriale, e come è noto questo è un grosso guaio perché più anidride carbonica c’è in atmosfera più si intensifica il riscaldamento globale a causa dell’effetto serra. Ma le cattive notizie, ahimè, non vengono mai da sole: negli ultimi due anni (cioè, guarda un po’, proprio nello stesso periodo nel quale secondo l’IEA le emissioni sarebbero rimaste costanti!) la CO2 è cresciuta di 3 ppm l’anno, ovvero a un ritmo senza precedenti, come sottolineato dal NOAA.
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Non solo: leggendo i dati relativi ai valori di crescita annuale di CO2 atmosferica emerge come il 2016 sia stato, per la prima volta, il quinto anno consecutivo in cui la CO2 è cresciuta di almeno 2 ppm l’anno. L’aumento dell’aumento del principale dei gas serra risulta ancora più evidente se si confrontano le medie decennali degli aumenti annuali dal 1966 ad oggi: come si vede nel grafico (fonte), si è passati in soli cinquant’anni da un incremento di 1 ppm l’anno a 1,5, poi a 2, fino ai 2,3 ppm del decennio 2006-2016. Limitandoci all’ultimo quinquennio, l’aumento è stato superiore ai 2,5 ppm.

annual increase co2


E’ bene ripetere, a costo di apparire pedante, che queste, a differenza dei dati dell’IEA, non sono semplici stime delle emissioni prodotte sulla base delle autocertificazioni non verificate rilasciate dalle singole nazioni, ma dati scientifici ottenuti da misurazioni analitiche validate e mediate con l’ausilio di metodi statistici universalmente accreditati. Dunque, prima di esultare per un successo (la stabilizzazione delle emissioni) che tale non è, è doveroso interrogarsi sul perché il secchiello ha lasciato il posto ad un secchio più grande, ovvero sulle ragioni per le quali a fronte di un supposto non-incremento delle emissioni la CO2 atmosferica aumenta più di quanto non abbia fatto quando le emissioni crescevano. Ebbene, mentre i governi e gli ottimisti per partito preso preferiscono baloccarsi con la storiella del plateau delle emissioni, la scienza, mai tanto bistrattata come in questi tempi bui, ha delle risposte per chi vuole ascoltarle, che possono riassumersi come segue.
  • Non esistono solo i combustibili fossili. Circa un quarto dei rilasci di CO2 deriva da altre fonti, in particolare dalla deforestazione e dal degrado dei suoli. In un pianeta sempre più affollato e affamato, non sarebbe certo una sorpresa se questi fattori assumessero sempre maggior peso nel computo totale delle emissioni.
  • Il cambiamento climatico è già in atto. L’aumento delle temperature, unito al fenomeno dell’amplificazione artica, accresce lo stress della biosfera portando a rilasci di carbonio da incendi, siccità, e scioglimento del permafrost.
  • Proprio come l’acqua assorbita inizialmente dal fondo della piscina male impermeabilizzata, una buona parte della CO2 emessa finora è stata disciolta negli oceani, acidificandoli. Finora, appunto. Perché i modelli climatici indicano che la capacità degli oceani di fungere da serbatoio di CO2 è destinata ad indebolirsi man mano che la temperatura aumenta.
Insomma, tutto lascia pensare che, al punto in cui siamo, non è più possibile tenere a bada la totalità dei fattori che spingono in alto le concentrazioni di anidride carbonica, a meno che qualcuno non pensi di persuadere con le buone il suolo ghiacciato artico a starsene tranquillo come ha fatto finora, o gli oceani a ingozzarsi di CO2 all’infinito. Se dunque i margini di manovra si restringono pericolosamente, possiamo e dobbiamo, questo sì, limitare il più in fretta possibile le emissioni antropogeniche e azzerare senza indugio la deforestazione. Ciò vuol dire mettere in campo una mobilitazione e una coesione internazionale senza precedenti con il fine di ridurre drasticamente i consumi superflui, contenere l’aumento della popolazione, combattere le disuguaglianze incoraggiando dinamiche locali di cooperazione e condivisione, dare un taglio alla globalizzazione e mettere il turbo alla transizione energetica dicendo addio per sempre all’era dei fossili.
Se non lo faremo, e ci accontenteremo di lasciar fare al mercato senza disturbare i manovratori, continueremo a viaggiare spediti verso il terrificante traguardo dei 450 ppm di CO2, che di questo passo verranno raggiunti nel vicino 2032: a quel punto l’umanità potrà dire ciao ciao! alle speranze di mantenere l’aumento della temperatura media al di sotto dei fatidici 2°C disattendendo al giuramento solenne fatto da tutti i governi un anno e mezzo fa, con tanti auguri a chi erediterà la Terra (sperando che impari in fretta a nuotare).

mercoledì 19 luglio 2017

Orti Ecosostenibili Ovunque!



In un post precedente, vi raccontavo degli orti autogestiti che l'Università di Firenze ha installato, con l'idea di installarne molti altri. Ma noi non siamo certamente i soli a lavorare su questa idea.

L'idea degli Orti Ecosostenibili gestiti dai cittadini si sta diffondendo rapidamente un po' ovunque in Europa. Qui di seguito, gli orti pubblici di Berna, in Svizzera, in una foto che ho fatto un paio di anni fa. Questi non sono orti universitari, sono gestiti dal comune di Berna, ma l'idea è sempre quella.




Qui di seguito potete vedere, sempre a Berna, un'aiuola sul bordo di una strada che il comune ha affidato in gestione ai residenti locali. La gestiscono in modo autonomo, in competizione con altri cittadini per chi fa l'aiuola più bella. Questa è piena di piante aromatiche, una meraviglia.




domenica 16 luglio 2017

Chi vuole uccidere il fotovoltaico italiano?



Un Post di Gianni Girotto


di Gianni Girotto 

Produrre energia pulita in Italia è un atto di coraggio ripagato con multe salatissime che scoraggiano i cittadini a prendere la strada delle rinnovabili. Nel nostro paese ci sono 550.654 impianti fotovoltaici incentivati con le tariffe del Conto Energia per 17.750 MW di potenza, oltre ad altri 150 mila installati negli ultimi 4 anni circa che non prendono tariffe incentivanti. Ma chi decide di investire in questo settore oggi, come più volte denunciato, è esposto al rischio fallimento a causa della sovrabbondanza di ostacoli architettati dai governi Renzi-Gentiloni per affossare un settore di assoluta avanguardia. Se non si cambiano subito le regole, si rischia di schiacciare l’esperienza italiana, una delle più avanzate al mondo, mandando gambe all’aria i bilanci di Enti pubblici, privati e operatori del settore che hanno scelto le buone pratiche delle rinnovabili, contribuendo alla transizione energetica.

A causa di strumenti normativi inadeguati, infatti, il GSE applica sanzioni sproporzionate sulle irregolarità per gli impianti fotovoltaici incentivati negli anni scorsi. In parole povere, basta un banale vizio di forma, un documento scritto male, per far scattare una penale eccessiva, che puo’ prevedere la cancellazione della tariffa incentivante e la restituzione degli incentivi erogati negli anni. Dobbiamo quindi evitare ulteriori storture che mettano a rischio gli investimenti del settore. Chi agisce in buona fede va tutelato, non punito.

È questo il senso dell’interrogazione urgente ai ministri dello Sviluppo economico e delle Finanze presentata dal Movimento 5 Stelle a mia prima firma. Non possiamo permettere che le sanzioni – per giunta retroattive – si espandano a macchia d’olio solo perché la norma è sbagliata. Ma vediamo qualche numero: degli oltre 550 mila impianti installati, più di 480 mila (ovvero quasi l’89%) sono stati fatti da utenti residenziali e da attività produttive piccole e medie. In buona sostanza si tratta di proprietari di casa e aziende i cui investimenti sono a rischio a causa di un sistema poco equilibrato.

A riprova dello squilibrio in essere i dati sui controlli pubblicati dal GSE stesso dai quali si nota che nel 2016 si sono rilevate irregolarità per il 35% dei controlli effettuati, una quota più che tripla rispetto al 10% del 2015. Le verifiche del 2016 sono state effettuate su oltre 4.000 impianti per quasi 3 GW di potenza. Con la conclusione dei procedimenti si è ridotto il costo di tutti gli incentivi di circa 39 milioni di euro. 

La legge dice che gli incentivi vengono tolti e devono essere restituiti in caso di irregolarità. E fin qui nulla da dire. Ma qui siamo di fronte al paradosso che sbagliare a compilare un documento equivale alla truffa architettata per rubare i soldi degli incentivi. In questo caso ci si prende una sanzione allo stesso modo, con la sospensione della tariffa e l’obbligo di restituire quanto ricevuto fino ad allora. Una stortura inaccettabile, che rischia di mandare in fumo gli sforzi di quanti credono nella produzione dell’energia pulita. L'allarme arriva contemporaneamente anche dagli imprenditori del settore. Mentre il recente l'annuncio di Eni che vuole installare 220MW di fotovoltaico non passa inosservato, dal momento che si tratta proprio della stessa potenza che il GSE sta colpendo in queste settimane. Qualcuno mira a costituire un regime di oligopolio anche sul fronte fotovoltaico?

Senza contare che per esempio nel caso dei Comuni tutto questo rischia di trasformarsi in un doppio danno per la collettività in quanto non solo viene punito chi non ha colpa, sia pure un ente pubblico, ma addirittura si finisce per sottrarre importanti risorse destinate alle comunità. Inoltre di fatto si finisce per privare gli impianti della valenza finanziaria necessaria per continuare a produrre, minando di fatto il raggiungimento degli obiettivi internazionali per le fonti rinnovabili e rischiando l’abbandono di una parte sostanziale degli impianti più recenti ed innovativi costruiti in Italia. Insomma, oltre il danno anche la beffa ambientale.

Calenda e Padoan devono quindi intervenire subito per modificare le regole che portano a sanzioni sproporzionate relative alle verifiche sugli impianti che producono energia da fonte rinnovabile, nel rispetto degli sforzi da parte di Enti pubblici e privati che credono nella necessità di un rinnovamento energetico.

venerdì 14 luglio 2017

I soldi non servono a far piovere!


Dal blog di Stefano Ceccarelli, "Siccità, la cecità della politica" Un post che non ha peli sulla lingua nell'identificare alcune delle cause del diastro. Manca una menzione sulla cementificazione del suolo, peccato, ma il resto è ben scritto e chiaro. 



Stop fonti fossili! ospita un intervento di Francesco Raffa, Coordinatore di Legambiente per la Provincia di Frosinone, sulla pesante crisi idrica di questa torrida estate 2017.

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Legambiente: Siccità, servono politiche lungimiranti nella gestione dell’acqua

Caldo intenso e persistente, prolungata assenza di precipitazioni, mancanza di acqua. Tutti parlano di emergenza, ma ha senso questa definizione nell’attuale contesto climatico? Noi crediamo di no. Ci si ostina a non capire che ciò a cui stiamo assistendo è semplicemente la nuova normalità, destinata a far sentire i suoi effetti pesanti negli anni a venire man mano che i cambiamenti climatici si intensificheranno.

L’incapacità della politica locale di comprendere la cronicità del problema acqua in provincia di Frosinone è disarmante, e le soluzioni proposte, emerse nel corso dell’incontro convocato dal Presidente Pompeo lo scorso 26 giugno, evidenziano la miopia di una classe politica che anziché preparare il terreno a ciò che ci aspetta mettendo in campo politiche lungimiranti di adattamento e di uso razionale delle risorse idriche, continuano ad agire secondo una logica emergenziale che non porterà da nessuna parte.

Il comunicato stampa diffuso dalla Provincia ha rivendicato come un successo della riunione l’aver richiesto lo stato di calamità naturale alla Regione, che non è nient’altro che il solito modo di rimpallare la responsabilità su altri enti rifiutandosi di assumersi le proprie. Ed ora che il Presidente Zingaretti ha messo la sua firma sulla dichiarazione di stato di calamità naturale (ma siamo sicuri che sia così “naturale” vista l’impronta decisiva dell’uomo nel determinare il riscaldamento del pianeta?) Provincia e Comuni potranno ritenersi soddisfatti. Ora forse arriveranno un po’ di soldi, ma i soldi non servono a far piovere.

Come associazione e come cittadini rivendichiamo anzitutto il diritto di conoscere la situazione di sorgenti, bacini e serbatoi e le previsioni circa la disponibilità di acqua nei mesi a venire, considerando che siamo ancora alla seconda decade di luglio e a meno di improbabili piogge abbondanti durante ciò che resta dei mesi estivi sembra probabile che la situazione sia destinata ad aggravarsi.

Non è ammissibile che informazioni così importanti non siano rese di pubblico dominio dal gestore e non costituiscano oggetto di indagine diretta a prevedere gli scenari di breve e medio termine.

In secondo luogo, non basta chiedere ad Acea di intervenire sulle perdite e di predisporre l’erogazione tramite autobotti nei casi di maggior carenza. Il gestore ha il dovere di predisporre e rendere pubblica una mappatura dettagliata delle perdite idriche nel territorio di sua competenza e di stilare una programmazione con tempi certi degli interventi di manutenzione straordinaria della rete idrica, con l’indicazione dei risultati attesi, che dovranno essere misurabili e verificabili.

Quanto ai sindaci, riteniamo che sia loro dovere sensibilizzare adeguatamente i cittadini da essi amministrati sull’importanza di un uso razionale di una risorsa preziosa come l’acqua, intensificando le attività di repressione degli innumerevoli usi impropri dell’acqua potabile. Ad essi spetta inoltre di redigere dei piani condivisi che consentano di limitare i disagi alla popolazione in situazioni di criticità. Se necessario, non si dovrà esitare a prevedere divieti specifici riguardanti gli usi superflui o futili dell’acqua, dalle piscine agli autolavaggi fino all’uso irriguo per scopi meramente ricreativi. Nel contempo, essi dovranno porre in atto opportune iniziative per incoraggiare e incentivare l’installazione di dispositivi per il risparmio idrico domestico quali limitatori di flusso, frangigetto, sciacquoni con il doppio pulsante, ecc., e di cisterne per lo stoccaggio dell’acqua piovana da destinare a tutti quegli usi dove non è necessario l’impiego di acqua potabile.

Last but not least, la Provincia è chiamata ad una verifica rigorosa delle concessioni in essere per l’emungimento delle acque sotterranee al fine di limitare i gravi fenomeni dell’abbassamento delle falde e della subsidenza, ispirandosi al principio guida secondo cui la quantità di acqua che si attinge dal sottosuolo non può eccedere quella che si rigenera naturalmente tramite le precipitazioni.

È ora di capire che una gestione sostenibile dell’acqua pubblica richiede anzitutto un cambio radicale di mentalità, che metta al centro la consapevolezza che lo sfruttamento della risorsa idrica è già ora eccessivo, e più che di nuovi pozzi e impianti di captazione abbiamo bisogno di gestire le risorse disponibili secondo criteri di efficienza ed equità. Se poco si può fare localmente per arrestare la progressiva tropicalizzazione del clima del bacino mediterraneo, crediamo che le istituzioni territoriali possano e debbano impegnarsi per costruire quelle strategie di resilienza indispensabili per prepararci al futuro denso di nubi di cui già vediamo le anticipazioni.

Frosinone, 13 luglio 2017

Francesco Raffa
Coordinatore di Legambiente per la Provincia di Frosinone

mercoledì 12 luglio 2017

C'è una ragione per installare gli orti urbani: combattere la siccità!



Come vi avevo raccontato in un post precedente, una delle attività in cui l'Università di Firenze si è impegnata è l'installazione di orti urbani. Ma perché lo facciamo? Per divertimento? Per l'estetica? Per sentirci più "verdi"? Non proprio. Io credo che la "rinaturalizzazione" dell'ambiente urbano sia un passo fondamentale nel ricostruire un ecosistema che non ci tratti a colpi di bombe d'acqua e di siccità ricorrenti. 

Nel post che segue, di Jacopo Simonetta (riprodotto da "Crisis"), trovate delle considerazioni molto interessanti sulla situazione e sulle ragioni della siccità perdurante in questo periodo. In sostanza, con il riscaldamento globale, non è che piova molto meno di prima. Però piove in momenti differenti, con intensità differenti, con effetti differenti. 

Quindi, una delle ragioni principali del problema della siccità, come spiega molto bene Jacopo Simonetta, è il fatto che il territorio cementificato, impermeabilizzato, urbanizzato, non trattiene più l'acqua, che se ne va rapidamente subito dopo essere arrivata.

Così, per molti anni abbiamo allegramente cementificato quello che si poteva (e anche che non si poteva) cementificare: porta benessere, fa crescere il PIL, è sviluppo, eccetera. E ora ci troviamo nei guai (e non abbiamo nemmeno smesso di cementificare).

E allora si tratta di cercare di rimediare per quanto possibile: piantare alberi, rinaturalizzare le aree cementate e, anche, piantare orti. Quest'ultima è una soluzione rapida, estetica, produttiva, che piace a tutti. Quindi, abbiamo cominciato come UNIFI, altri ci seguiranno, speriamo.

Nella foto, qui sotto, uno dei pomodori prodotti dagli orti urbani del giardino botanico dell'università, ammirati dalla prof. Yugay dell'Università di Mosca. 


Segue l'articolo di Jacopo Simonetta







LA SICCITÀ NON E’ FINITA


In questa settimana una serie di temporali hanno portato un po’ d’acqua e di temporanea frescura almeno sulle regioni centro-settentrionali.   La siccità è finita?
No.   Se anche avesse piovuto il doppio od il triplo avrebbe magari  causato alluvioni e disastri (qualcuno lo ha comunque provocato), ma non per questo sarebbe finita la siccità che rimane un male insidioso e difficile da capire.   Facciamo un tentativo per cominciare a capirlo, tenendo presente che ogni zona ha la sua storia e la sua situazione particolare.   Le generalizzazioni valgono quindi per capire come nasce e si sviluppa il fenomeno, non per decidere le priorità caso per caso.
In buona sostanza, la siccità è dovuta ad un deficit nel bilancio idrico; vale a dire che da un determinato territorio esce più acqua di quella che vi entra.   Un fenomeno che è facile sottovalutare, soprattutto quando si dispone di tecnologie ed energia con cui controbilanciarne gli effetti a breve termine.   Ancora più grave è il fatto che, quasi sempre, gli interventi messi in opera per compensare i disagi dovuti alla siccità hanno l’effetto di aggravarla e ciò che sta accadendo il Italia ne è un eccellente esempio.
In prima, grossolana approssimazione possiamo distinguere due livelli: globale e regionale, che interferiscono fra loro.

Livello Globale.

E’ quello di cui si parla di più su cui si può agire di meno, ne faremo quindi solamente un rapidissimo cenno.   Si tratta ovviamente di tutta la complessa tematica del GW.   Senza dubbio la combustione di carbone, petrolio e gas è stata la forzante principale che ha scatenato il fenomeno, ma attualmente sono attive anche una serie di retroazioni che, complessivamente, tendono ad amplificarlo.   Di sicuro sappiamo che la temperatura media sta salendo, così come il livello del mare e l’acidità degli oceani, mentre il volume di ghiaccio diminuisce e  gli eventi meteorologici diventano più instabili.   Nella maggior parte delle zone fa più caldo e piove di meno, ma non dappertutto; ci sono anche zone in cui fa più fresco e/o piove di più.   L’evoluzione nei tempi lunghi sono poco prevedibili per molte ragioni, far cui l’instabilità intrinseca dell’atmosfera (e secondariamente degli oceani), il ruolo non modellizzabile delle nubi e dell’aerosol, la forza delle retroazioni in corso, l’interferenza con fattori di scala minore.

Livello regionale

Struttura geo-morfologica.   La forma del rilievo e delle rete imbrifera, la natura delle rocce  determinano in gran parte la facilità con cui l’acqua circola sul territorio e nel sotto suolo.  E’ un fattore che varia molto poco nel tempo, salvo casi particolari come le zone di bonifica o dove ci sono ampi bacini estrattivi che possono cambiare le caratteristiche geo-morfologiche di un territorio nel giro di decenni.  Oggi anche di pochi anni.
Aree umide.   Fino a circa un secolo fa paludi, stagni, golene, aree soggette a sommersione stagionale o occasionale eccetera rappresentavano un elemento determinante del paesaggio di quasi tutte le regioni italiane; oggi ne rimane circa l’1%.   Ciò ha modificato radicalmente il ciclo dell’acqua, sia perché sono molto diminuiti i tempi di corrivazione verso il mare, sia perché la minore evapotraspirazione contribuisce a ridurre la piovosità, specialmente sulle aree planiziali interne che sono quelle più densamente popolate e quelle più importanti per l’agricoltura.
Suoli.   La natura del suolo è anch’essa fondamentale nel determinare la quantità di acqua piovana che ruscella in superficie e quella che, viceversa, si infiltra e viene trattenuta.   A sua volta, la natura del suolo dipende da un’insieme di fattori che vanno dal clima e dalla natura delle rocce, fino alla vegetazione ed alla fauna, passando per le tecniche agricole.   Due aspetti molto importanti che riguardano in particolare i terreni agricoli sono il contenuto in sostanza organica e la struttura (come le particelle del suolo si aggregano fra loro).   La maggior parte delle tecniche agricole tendono a ridurre entrambi, riducendo in modo drammatico la quantità di acqua che i suoli sono in grado di trattenere a disposizione delle piante (capacità di campo).   Esistono anche tecniche che hanno l’effetto contrario, ma per ora rimangono molto marginali.
Vegetazione.  La vegetazione ha un impatto determinante sui suoli e sul ciclo dell’acqua, sia perché immagazzina grosse quantità di acqua nei propri tessuti, sia perché ne facilita l’infiltrazione in profondità quando piove per recuperarla e rimetterla in circolazione nel suolo e nell’atmosfera quando non piove.
Fauna.  La fauna ha un effetto più indiretto, ma determinante in quanto modifica, talvolta molto pesantemente, la vegetazione e, di conseguenza, i suoli; finanche il reticolo imbrifero.  Sia per quanto riguarda la fauna che la vegetazione, non conta solo la quantità, ma anche la varietà di forme di vita.   Una riduzione della biodiversità ha sempre effetti negativi sul funzionamento degli ecosistemi.
Urbanizzazione.   La quantità. La distribuzione e le caratteristiche dell’edificato modificano il ciclo locale dell’acqua, talvolta in modo drammatico.   Strade, case e piazze sono infatti impermeabili o quasi e le piogge cadute sull’edificato vengono allontanate il più rapidamente possibile tramite apposite reti fognarie.   Inoltre, ampie superfici di asfalto e cemento si scaldano molto di più del territorio agricolo, per non parlare delle foreste.   Questo altera la circolazione locale dell’aria.   Un effetto molto amplificato dai condizionatori che rinfrescano gli interni, surriscaldando ulteriormente l’esterno.
Consumi antropici.   In paesi come l’Italia, una quota consistente dell’acqua raccolta dai bacini imbriferi passa attraverso il nostro sistema economico; in estate una quota preponderante.   La portata di magra dei fiumi è oramai esclusivamente o prevalentemente formata da reflui dei depuratori (più o meno ben depurata).   In prossimità del mare, l’acqua che si vede nei fiumi è invece salata, tranne talvolta una sottile lente di acqua dolce che scorre in superficie, mentre il mare risale nell’entroterra.
Circa il 85% dell’acqua che usiamo va per irrigare le colture, l’ 8% per l’industria, 7% per i consumi domestici che da soli ammontano a ben 245 litri al giorno a persona!   Nel 1980 erano 47.
In effetti, l’acqua non si “consuma” in senso stretto, ma l’uso che ne facciamo ha due effetti principali.  Il primo è quello di inquinarla, il secondo è quello di accelerarne il deflusso verso il mare, inaridendo gradualmente, ma inesorabilmente il territorio cosa che, abbiamo visto, contribuisce a ridurre le piogge, aggravando il processo.   Il fatto che le falde freatiche si siano abbassate quasi dappertutto e che la portata di quasi tutte le sorgenti sia diminuita dimostra un fatto molto semplice: abbiamo creato un deficit cronico nel nostro bilancio idrico.   Un deficit che i periodi di piogge consistenti e prolungate mitigano per un periodo, ma che non riescono mai a compensare del tutto.

Che fare?

Uno dei fattori che rende la siccità un pericolo molto più grave ed insidioso di nubifragi, “bombe d’acqua” ed uragani è che passa quasi inosservata, sempre sottovalutata.   Questo perché mentre le tempeste hanno impatti drammatici nel giro di poche ore, la siccità mina lentamente, ma inesorabilmente la vivibilità di un territorio.   Ed è un fenomeno che si sviluppa nell’arco di decenni, perlopiù sotto terra, finché i danni si fanno manifesti; ma a quel punto sono anche irreversibili o quasi.   La maggior parte delle zone attualmente desertiche sono state rese tali da una secolare azione antropica; un processo che si è spaventosamente accelerato negli ultimi decenni.   Ma il disastro maggiore è che i provvedimenti presi per contrastarla sono solitamente tali da aggravarla.   Quasi sempre, la risposta ai periodi di crisi acuta sono infatti nuovi pozzi, captazioni e condutture; cioè un maggiore sfruttamento di una risorsa che si sta degradando principalmente a causa di uno sfruttamento già largamente eccessivo.
Sarebbero possibili interventi più efficaci?   Si, ma solo a condizione di cambiare di 180° il nostro modo di pensare.   Vale a dire che bisognerebbe lavorare a tutti i livelli contemporaneamente, dall’educazione permanente alla gestione dei fondi pubblici, passando per una miriade di norme e regolamenti, per riportare in pareggio il bilancio idrico a tutti i livelli.   E comunque gli effetti sarebbero parziali, indiretti e dilazionati nel tempo; cioè esattamente il contrario di quello che la maggior parte della persone vuole.
Sui fattori climatici globali possiamo e dobbiamo fare molto per ridurre i nostri consumi di tutto, questo è infatti l’unico modo per ridurre davvero tanto le nostre emissioni climalteranti, quanto i consumi di acqua.   Gli effetti sarebbero però indiretti e globali, non rilevabili a livello locale.   Viceversa molte cose potrebbero essere fatte a scala nazionale, regionale e comunale.   Un elenco anche parziale di possibili azioni occuperebbe decine di pagine, qui faremo quindi cenno solamente alle due strategie di base: aumentare le entrate e ridurre le uscite, come con qualunque bilancio.
Aumentare le entrate vorrebbe dire cercare, nei limiti del possibile, di aumentare la piovosità media.   Non ci sono ricette sicure, ma ridurre il surriscaldamento delle città (sia in estate che in inverno),  aumentare la biomassa arborea nelle aree planiziali, aumentare la capacità di campo dei terreni agricoli e le aree umide di ogni tipo sono fra le cose sicuramente utili.
Per ridurre le uscite, occorrerebbe innanzitutto ridurre drasticamente lo sfruttamento delle risorse idriche.  Cioè ridurre i consumi di tutti i tipi, anche mediante razionamento, e favorire il ristagno dell’acqua piovana nell’entroterra, anche temporaneo, ogniqualvolta sia possibile.  Ridurre le superfici irrigue e migliorare i suoli agricoli sarebbero le strategie principali in agricoltura, mentre per l’industria sarebbe necessario generalizzare il riuso di acque reflue depurate.  Un campo nel quale già si contano diverse esperienze molto positive, che però stentano a diffondersi perché, comunque, trivellare nuovi pozzi per ora costa meno.
Finirà la siccità?   Prima o poi si, per forza.   Gli ecosistemi ritrovano sempre un loro equilibrio, ma se vogliamo farne parte dobbiamo cominciare a pensare che senza petrolio è difficile che possa esistere una civiltà avanzata, ma con poca acqua non può esistere civiltà di sorta.

lunedì 10 luglio 2017

La Grande Ritirata

Dal blog di Miguel Martinez, "Kelebek"

La Grande Ritirata

Il 14 settembre del 1812, Napoleone entrò a Mosca.
Il culmine del suo impero, che non si era mai esteso così a est; e la prima volta che qualcuno occupasse la capitale russa.
Così, semplicemente espandendosi, Napoleone distrusse tutto ciò che aveva costruito e fece morire tra i ghiacci 400.000 dei suoi devoti soldati.


Difficile trovare un esempio migliore del destino dell’Occidente oggi.
Il commentatore Mirkhond, parlando delle elezioni francesi, scrive:
“Purtroppo il crescente impoverimento di sempre più vasti settori della società europea, non aiuta certo a credere in sinistre che si preoccupano solo dei matrimoni dei froci.
Dando spazio alle varie Le Pen.”
E’ un ragionamento diffuso, che rivela e maschera, insieme, una verità.
Partiamo da quello che non va: un individuo sbaglia – si può dire, “Renzi non ha capito…”
Ma “le sinistre”, composte da milioni di persone in tutto un continente, non sbaglianosubiscono la storia.
Torniamo all’immagine della retraite de Russie.

Proviamo a ragionarci così.
La Sinistra ridistribuisceRidistribuisce ciò che il capitalismo saccheggia alla natura, al resto dell’umanità e alle generazioni future. Ayn Rand e gli appassionati dello sbucaltamento universale, hanno scritto critiche brillanti alla natura parassitaria della Sinistra.
Non siamo ancora arrivati alla resa dei conti, ma siamo già nella fase sgonfiante di questa immensa bolla. Più o meno chiunque oggi – al di fuori forse dell’India che ci devono ancora sbattere la testa – sottoscriverebbe la semplice affermazione, “credo che mio figlio se la passerà peggio di me”.
C’è insomma da gestire la Ritirata.
La Ritirata non è una profezia: ci siamo già da diversi decenni (molti segnalano come data decisiva il 1974, ma il concetto è enormemente complesso, è come parlare del clima). Guarda caso, sono gli stessi decenni di smarrimento delle sinistre in tutto il mondo.
Ora, nella Ritirata, c’è poco da ridistribuire, a parte le medaglie – anche Napoleone aveva fatto una medaglia apposta per ricordare la Ritirata:

Non è un caso che l’attività principale della Sinistra oggi consista nel ridistribuire medaglie. Stare attenti a non dire “negro”, cercare di liberare un italiano prigioniero n Turchia (e quanti prigionieri tunisini ci saranno in Italia, per cui nessuno dice niente?), strillare perché su Facebook qualcuno ha detto una cosa sgradevole su qualcun altro, festeggiare perché una multinazionale assume come dirigente una lesbica paraplegica.
C’è parecchia gente che impazzisce per queste cose, come se la lesbica sulle sede a rotelle fosse il problema, e non la multinazionale. Queste reazioni isteriche fanno sentire importante la sinistra; e gli isterici si sentono che stanno difendendo i Valori Occidentali: un gioco che fa felici entrambi insomma.
Su un piano più serio, c’è la proposta nazionalista: il resto del mondo si ritiri pure, noi no. Continuiamo a progredire, a svilupparci, a fare fabbriche, a essere Novecento, insomma.

Grenadiers Le Pen non ridurranno la distribuzione di legname o le razioni, per quanto faccia freddo.
La proposta non è illogica, finché continuiamo a credere all’espansione, al progresso, alla bolla. E siccome le Sinistre non possono mettere in dubbio questi valori assoluti, le loro reazioni diventano nevrotiche e irrazionali quanto quelle delle Destre.
Che se invece, si mettessero in dubbio le premesse stesse, si capirebbe immediatamente quale sia il limite della risposta dei Grenadiers Le Pen, o del Battaglione Paracadutisti Salvini, o dei Trump Marines.

sabato 8 luglio 2017

Orti sostenibili: al diavolo il carbone!!


Al G20, si continua a parlare di estrarre combustibili fossili. Noi, invece, parliamo di orti. E al diavolo il carbone!!! 


Università di Firenze, in viale Morgagni gli orti ecosostenibili. (3 Luglio 2017)
Presentati oggi gli orti ecosostenibili realizzati presso la residenza universitaria del DSU Toscana Piero Calamandrei in viale Morgagni, presenti il rettore dell’Università di Firenze Luigi Dei e il presidente dell’Azienda Regionale Toscana per il Diritto allo studio – DSU Marco Moretti. L’iniziativa è nata in collaborazione con il DSU e fa parte delle attività per la sostenibilità ambientale, promosse dall’Ateneo, che coinvolgono sotto la guida del delegato del rettore Ugo Bardi, un ampio gruppo di docenti, studenti e dipendenti di Unifi. 


Gli orti, impiantati un paio di mesi fa grazie alla convenzione siglata dall’Ateneo con Vivere Verde, che ha fornito le vasche e quanto necessario per l’avvio, sono stati realizzati con il metodo “Ortobioattivo” e sono già in produzione. Una prima sperimentazione di orti ecosostenibili è stata effettuata all’interno dell’Orto Botanico del Museo di storia naturale dell’Università. Sono intervenuti, in occasione della presentazione, Andrea Battiata (Vivere Verde), Marina Clauser (Orto Botanico – Museo di Storia naturale dell’Università di Firenze) e Fabio Firenzuoli (Centro di riferimento per la Fitoterapia della Regione Toscana). 



“Stiamo lavorando anche alla realizzazione di un Dizionario e di un Manifesto della Sostenibilità e progettando la stesura di un Bilancio di Sostenibilità dell’Università di Firenze – spiega Ugo Bardi -. Nei prossimi mesi sarà anche attivata la prima edizione del premio Ateneo Sostenibile, rivolto a studenti, aziende ed organizzazioni non profit del territorio”. Tra gli altri programmi in corso, a cura del gruppo Ateneosostenibile di Unifi, c’è anche la collaborazione alla Summer Academy del Club di Roma, che si svolgerà presso l’Università di Firenze dal 7 al 13 settembre 2017.